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Le cripto possono essere sostenibili

Sostenibilità
La quantità di energia necessaria per alimentare la rete Bitcoin è sbalorditiva: secondo Tim Berners-Lee, ritenuto l’inventore del World Wide Web, «Il “Bitcoin mining” è uno dei modi fondamentalmente più inutili di utilizzare energia».

Le criptovalute sono un tipo di moneta digitale creata attraverso un sistema di algoritmi che funzionano in modo autonomo, al di fuori dei tradizionali sistemi bancari e governativi. Adottando algoritmi crittografici, le transazioni sono rese sicure ed è regolamenta la creazione di ulteriori unità (token). Il Bitcoin, la prima criptovaluta mai creata e certamente la più conosciuta, è stato lanciato nel gennaio 2009 e ad oggi esistono oltre 1.000 criptovalute disponibili online.

Gli algoritmi sfruttati si dividono in due famiglie: Proof of Work, o PoW, e Proof of Stake. Il primo è un algoritmo che viene utilizzato da diverse criptovalute - come Bitcoin - per raggiungere un accordo decentralizzato tra diversi nodi nel processo di aggiunta di un blocco specifico alla blockchain.
Sintetizzando al massimo, per assicurarsi che tutte le transazioni che avvengono sulla blockchain (il registro distribuito che regola il funzionamento dei bitcoin) siano autentiche, decine di migliaia di computer – detti in gergo nodi – si collegano a questa catena digitale, supervisionando il funzionamento e consumando un elevato quantitativo di energia.


Il Proof of Stake costituisce un metodo alternativo, un modo attraverso cui i nodi raggiungono un consenso. Con tale metodo, il numero di token detenuti da ciascun utente rappresenta una chiave del sistema. Più grande è la partecipazione (“stake”), ovvero la quantità di token posseduti da un utente, maggiori sono le probabilità che non si stia violando il sistema.

Consumo energetico del mining

Secondo il Cambridge Center for Alternative Finance, il consumo annualizzato di energia di Bitcoin è di circa 150 TWh, ovvero lo 0,6% della produzione globale e lo 0,69% del consumo complessivo. E, poiché le centrali elettriche a combustibili fossili costituiscono ancora una parte importante del mix energetico globale, si può dire che l’estrazione di Bitcoin sia in parte responsabile della produzione dei gas serra che causano il cambiamento climatico.
A dare massima visibilità a questo elemento è stato Elon Musk, fondatore di Tesla e SpaceX e influencer da decine di milioni di follower. Il 12 maggio 2021, con un semplice tweet, Musk ha messo in crisi il mondo delle criptovalute annunciando che Tesla non avrebbe più accettato pagamenti in Bitcoin a causa dell’elevatissimo consumo energetico del mining delle criptovalute. A poche ore dal tweet, il valore di mercato del bitcoin era già sceso di oltre il 10%.

Il mining di Bitcoin è estremamente competitivo e incentiva la costante ricerca dell’energia al più basso costo possibile. Ma ancora più importante, è un’industria mobile e quindi può localizzarsi attorno alle fonti di energia più economiche del mondo.
L’energia che costa poco è tipicamente quella prodotta in eccesso che altrimenti non verrebbe sfruttata e che viene dunque sprecata o quella prodotta da fonti di energia rinnovabile, che è più economica e competitiva rispetto alla generazione di energia alimentata da combustibili fossili.


Le mining farm possono essere collocate ovunque, dunque anche nei pressi di impianti geotermici, eolici o dighe. Nelle regioni cinesi di Sichuan e Yunnan, ogni anno, vengono sprecate enormi quantità di energia idroelettrica rinnovabile, in quanto la capacità di produzione supera di gran lunga la domanda locale e non esistono batterie che consentano di immagazzinare e trasportare quella in eccesso. Si stima che nel 2017, a fronte di 250 TWh prodotti dalle dighe dello Yunnan, ne sono stati utilizzati solo 155 TWh (Darrin Magee e Thomas Hennig,  “Hydropower boom in China and along Asia’s rivers outpaces regional electricity demand”- The Third Pole).
In queste aree, secondo un articolo dell’Harvard Business Review, “avviene quasi il 10% dell’estrazione globale di Bitcoin nella stagione secca e il 50% nella stagione umida”. Tutte le alternative al possibile uso di questa energia bloccata sono troppo costose o tecnologicamente non supportate.

Confronto con il sistema bancario

Un altro problema è la quantità di energia necessaria per ogni transazione, enorme rispetto alle tradizionali carte di credito: ad esempio, secondo uno studio di Galaxy Digital, è stimato che ogni transazione Mastercard utilizzi solo 0,0006 kWh (kilowattora), mentre ogni transazione Bitcoin consumi 980 kWh, sufficienti per alimentare una casa canadese media per più di tre settimane.

Se da una parte il consumo energetico di Bitcoin è trasparente e semplice da monitorare in tempo reale usando strumenti come il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, fare lo stesso per il sistema finanziario tradizionale o l'industria dell'oro non è altrettanto immediato.
"Il settore bancario non riporta direttamente i dati sul consumo di elettricità", spiegano gli autori del resoconto, aggiungendo che il sistema bancario tradizionale richiede più livelli di regolamento, mentre in Bitcoin ogni transazione viene completata immediatamente. Galaxy Digital stima che l'utilizzo energetico annuo di centri bancari, filiali bancarie, sportelli automatici e circuiti delle carte di credito ammonti a ben 263,72 TWh.
Un articolo pubblicato dalla London School of Economics evidenzia che "ogni singola transazione in Bitcoin utilizza la stessa quantità di energia di 778.988 transazioni con carta di credito, [e ha] la stessa carbon footprint di 1.218.903 transazioni."

Possibili utilizzi e alternative, CRO e carbon negative


Nonostante questi problemi, gli esperti dell’Onu ritengono che «Le criptovalute e la tecnologia che le alimenta possano svolgere un ruolo importante nello sviluppo sostenibile e migliorare effettivamente la nostra gestione dell’ambiente».
Per l’Onu, uno degli aspetti più utili delle criptovalute è la trasparenza: «Poiché la tecnologia è resistente alla manomissione e alle frodi, può fornire una registrazione affidabile e trasparente delle transazioni. Questo è particolarmente importante nelle regioni con istituzioni deboli e alti livelli di corruzione».

Secondo un altro rapporto dell’United Nations  environment programme (Unep), la tecnologia blockchain potrebbe migliorare i mezzi di sussistenza dei raccoglitori di rifiuti, che si guadagnano da vivere nell’economia informale: «Un sistema di monitoraggio trasparente potrebbe tracciare con precisione dove e come vengono utilizzati i rifiuti recuperati, nonché identificare chi li ha raccolti, garantendo che le persone giuste vengano ricompensate per i loro sforzi».
Il potenziale della blockchain nella protezione dell’ambiente è stato testato dall’Onu e da altre organizzazioni in numerosi altri progetti, dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni: si va da uno strumento per eliminare la pesca illegale nell’industria del tonno, sviluppato per il WWF, alla piattaforma CarbonX che trasforma le riduzioni delle emissioni di gas serra in una criptovaluta che può essere acquistata e venduta, fornendo a produttori e consumatori un incentivo finanziario a compiere scelte più sostenibili.
Ma l’Onu avverte che «Nonostante tutti questi potenziali vantaggi, l’enorme consumo di energia associato alla tecnologia è uno dei principali ostacoli da superare e molti attori del settore stanno lavorando su come affrontare il problema». Uno degli esempi è quello dell’Ethereum Foundation, l’organizzazione che sta dietro la criptovaluta Ethereum, che sta mettendo a punto un nuovo modo per verificare le transazioni. Passando al metodo PoS, la Fondazione dice che «Il costo energetico di ogni transazione potrebbe essere ridotto del 99,95%». Altri puntano a utilizzare energia completamente free-carbon.
Nell’aprile 2021, “Energy Web Foundation, Rocky Mountain Institute e Alliance for Innovative Regulations” hanno formato il “Crypto Climate Accord”, che è sostenuto da organizzazioni e da ONG che operano nei settori del clima, della finanza e dell’energia. L’obiettivo è quello di «Decarbonizzare l’industria in tempi record» e di raggiungere le emissioni net zero nel settore globale delle criptovalute entro il 2030.

Le criptovalute possono essere sostenibili? La risposta a questa domanda è fortunatamente positiva. Molte realtà della blockchain, ma alternative ai bitcoin, stanno infatti impiegando un sistema completamente differente per validare le loro transazioni, il già menzionato Proof of Stake. 
È un meccanismo completamente diverso, che richiede meno dell’1% dell’energia impiegata dai bitcoin per ogni singola transazione e che peraltro permette alle monete digitali di aumentare notevolmente la quantità di transazioni gestite, passando dalle sette al secondo dei bitcoin a svariate centinaia. A impiegare questo sistema sono già oggi decine di criptovalute come Cardano, Polygon, Tezos e altri importanti attori del mondo della blockchain. La vera svolta, però, avverrà quando sarà completato il passaggio di Ethereum a questo sistema. La seconda criptovaluta per importanza (con una capitalizzazione di mercato pari a 270 miliardi di dollari) da tempo sta lavorando per diventare sostenibile.

È importante notare come tutte queste realtà – a differenza dei bitcoin – non rappresentino delle semplici monete scambiate a fini speculativi, ma consentano di utilizzare la blockchain per molte altre applicazioni: Cardano, per esempio, ha da poco stretto un accordo con il governo etiope per sfruttare la tecnologia del registro distribuito in campo scolastico, impiegando tale tecnologia per tenere traccia delle performance degli studenti, individuare i talenti più promettenti ed eliminare l’abitudine, presente nel paese, di falsificare i certificati scolastici. Ethereum, invece, è leader indiscusso nel campo degli NFT (non-fungible token): si tratta di un tipo particolare di token crittografico che permette di autenticare le opere d’arte digitali aprendo la possibilità agli artisti di ottenere un compenso economico per il loro lavoro.
Al di là dei problematici aspetti speculativi del mondo delle criptovalute – che rappresentano un settore estremamente rischioso, dall’elevata volatilità e privo di regole e tutele – è quindi evidente come la blockchain abbia grandi potenzialità, anche in ambito sociale, culturale ed economico. Ma tutte queste potenzialità non potranno mai sprigionarsi se questo ecosistema verrà istintivamente associato a dei consumi non sostenibili. A quanto pare, alcune realtà – soprattutto quelle che guardano oltre la semplice speculazione – hanno iniziato a rendersene conto e ad agire.
Il popolare exchange Crypto.com ha annunciato che, entro 18 mesi, la sua carbon footprint diventerà negativa. Un importante passo verso la lotta all’inquinamento causato dalle criptovalute, di cui ultimamente si parla tanto.

Fonti:
https://www.eni.com/it-IT/trasformazione-digitale/bitcoin-criptovalute-sostenibilita.html
https://www.bluerating.com/mercati/730752/criptovalute-bitcoin-e-piu-ambientalmente-sostenibile-di-quanto-si-creda
https://cryptoclimate.org/accord/
https://greenreport.it/news/economia-ecologica/criptovalute-soluzione-per-la-sostenibilita-o-calamita-climatica/
https://unepdtu.org/wp-content/uploads/2019/02/udp-climate-change-blockchain.pdf
https://www.cmcmarkets.com/it-it/impara-come-operare-con-criptovalute/cosa-sono-le-criptovalute


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