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Cosa portiamo a casa dalla COP26

Sostenibilità
Nelle ultime due settimane a Glasgow si è svolta la 26esima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico: la COP26.
Certamente tuttə ne abbiamo sentito parlare, ma siamo sicuri di sapere di cosa si tratti?

Partiamo innanzitutto il nome: COP sta per “Conferenza delle Parti” e le Parti sono i paesi che hanno firmato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). La Conferenza delle Parti è l’organo decisionale supremo dell’UNFCCC e si è svolta ogni anno dal 1995, quando fu organizzata a Berlino (ad eccezione dell’anno scorso). Le due conferenze più celebri sono state certamente la COP3, del 1997, che produsse il testo del Protocollo di Kyoto e la COP21, quella dell’Accordo di Parigi del 2015, ma non da tutte le COP escono accordi così rilevanti: documenti di tale portata richiedono un intenso lavoro di trattative che deve far combaciare gli interessi politico-economici delle varie nazioni con questioni di natura tecnico-scientifica, etica e legislativa.

Gli accordi presi

Sabato sera i rappresentanti degli oltre 200 paesi presenti alla conferenza hanno raggiunto un accordo finale sugli impegni e le strategie condivise da applicare per contrastare il riscaldamento globale, già noto al mondo come il Glasgow Climate Pact. L’accordo è stato però giudicato carente sia da molti paesi partecipanti, sia dai gruppi ambientalisti: vive la promessa di mantenere la temperatura globale al di sotto degli 1,5°C di aumento rispetto ai livelli preindustriali ma la realtà dei fatti e le osservazioni scientifiche dichiarano sempre più improbabile questo scenario.


Una nota senza dubbio positiva è quella del grosso accordo contro la deforestazione, firmato dai leader di più di 100 paesi, che promette uno stop entro il 2030. La rilevanza di questo accordo risiede nel fatto che i paesi firmatari ospitano circa l’85% delle foreste mondiali, e tra di loro, oltre alle più grandi economie del mondo come Stati Uniti e Cina, ci sono anche paesi come Brasile, Russia, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, che ospitano alcune delle più grandi foreste mondiali.
Notevole è anche l’avvicinamento tra Stati Uniti e Cina, che rafforza la cooperazione nella battaglia climatica tra i due paesi. Entrambi hanno detto che collaboreranno per raggiungere l’obiettivo di contenere il riscaldamento a 1,5°C, come stabilito dall’accordo di Parigi, prevedendo “l’adozione di azioni climatiche più decise e più ambiziose per gli anni venti di questo secolo”. La dichiarazione comunque non include nuovi obiettivi specifici o finanziamenti; il suo valore, quindi, risulta perlopiù simbolico. 

Al netto di queste “conquiste”, che suonano inesorabilmente come una vittoria di Pirro, è impossibile non notare che ci sono voluti 26 vertici internazionali sul clima per riuscire a inserire le parole “combustibili fossili” vicino a “phase out” in una dichiarazione finale, senza nemmeno riuscire ad affiancarle completamente: durante la plenaria finale la delegazione indiana ha preteso di cambiare il “phase out” del carbone con un semplice “phase down”, non puntando su un addio ma semplicemente a una riduzione. Durissimo il commento del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres:

Stiamo ancora bussando alla porta della catastrofe climatica. È tempo di entrare in modalità di emergenza, o la nostra possibilità di raggiungere emissioni net-zero sarà di per sé pari a zero.

-António Guterres


Altro scivolone lo si è visto in tema di loss & damage, quel meccanismo finanziario che prevederebbe tutele per i paesi più poveri, spesso più colpiti da problemi legati al cambiamento climatico, a spese dei paesi ricchi, attraverso finanziamenti ed investimenti: è stata istituzionalizzata una serie di incontri per parlare nuovamente del tema (ben quattro entro il 2023), ma non indicata una data per prendere una decisione, né se ci saranno effettivamente dei volumi di capitale mobilitati. Molte sono state le proteste, basti pensare alla conferenza stampa rilasciata dal presidente del Tuvalu, stato insulare polinesiano, in cui lui immerso fino alle ginocchia in acqua, denuncia i danni che il suo paese ha subito per il climate change.


Our latest analysis shows that even with these new commitments, we still fall well short of what is needed to keep the door open to 1.5 °C. This would require rapid progress on reducing emissions between now and 2030. But all the climate pledges made globally as of today still leave a 70% gap in the amount of emissions reductions needed by 2030 to keep 1.5 °C within reach. Governments are making bold promises for future decades, but short-term action is insufficient.

Queste parole sono tuonate sul sito ufficiale della IEA, in un articolo redatto dal suo direttore Fatih Birol al termine della prima settimana di negoziati, e suonano come un tetro presagio.

I ruoli dei nostri leader

In tutto questo l’Unione Europea, leader mondiale nell’azione per il clima, quale ruolo ha avuto?
L'1 e 2 novembre, la presidentessa Ursula Von Der Leyen ha rappresentato la Commissione al vertice dei leader mondiali che ha aperto la COP26. Il primo giorno si è fatta carico della promessa di finanziare con 1 miliardo di euro il Global Forests Finance Pledge. Il 2 novembre, l'UE ha annunciato un partenariato con il Sudafrica per una transizione energetica giusta e ha lanciato ufficialmente il Global Methane Pledge, un'iniziativa congiunta UE-USA, che ha mobilitato oltre 100 paesi per ridurre le proprie emissioni collettive di metano di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020, entro il 2030. La presidentessa Von Der Leyen ha anche dato il via alla partnership UE-Catalyst con Bill Gates e il presidente della BEI Werner Hoyer.

Dal 7 al 13 novembre, il vicepresidente esecutivo Frans Timmermans ha guidato la squadra negoziale dell'UE a Glasgow. Timmermans ha annunciato un nuovo finanziamento di 100 milioni di euro per il Fondo per l'adattamento ai cambiamenti climatici, il più grande impegno tenuto per tale Fondo dai donatori alla COP26. Questo si aggiunge ai contributi significativi già annunciati dai singoli Stati membri e conferma anche il ruolo di sostegno dell'UE al non ufficiale Champions Group on Adaption Finance, un gruppo di lavoro lanciato dalle Nazioni Unite nel settembre 2021 con l’obiettivo di aiutare i paesi in via di sviluppo in materia di finanza sostenibile e individuare nuovi player della finanza climatica disposti a creare investimenti per tali paesi.

L’Italia inoltre, secondo una nota diffusa dal Ministero della Transizione Ecologica, conferma la sua adesione al Boga, acronimo di Beyond Oil and Gas Alliance, il quale prevede una serie di impegni per la decarbonizzazione, in linea con quanto previsto dal nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Nel suo intervento a Glasgow, il ministro Cingolani ha dichiarato: “L’Italia su questo programma è perfino più avanti e abbiamo le idee chiare. Il grande piano per le rinnovabili con 70 miliardi di watt per i prossimi 9 anni; per arrivare al 2030 con il 70% di energia elettrica pulita”. Resta da vedere come questo Piano verrà attuato, sfida non facile guardando alle attuali difficoltà per ottenere le autorizzazioni per impianti per la produzione di energia rinnovabile.

Prospettive per il futuro

È importante dire che, dato che ogni conferenza annuale fa parte di un processo cominciato quasi trent’anni fa, non è facile giudicare se, presa singolarmente, abbia avuto successo o sia stata un fallimento: per la natura stessa del tema trattato e per la complessità delle riforme necessarie, i risultati di una singola conferenza sono tutt’altro che immediati ed evidenti.
Tuttavia, è palese come questa incapacità di prendere decisioni audaci per il bene di tutti mostri che le intenzioni generali siano più volte alla difesa del modello economico ed energetico esistente che alla stabilizzazione del clima. In particolare, l’allungamento dei tempi di azzeramento delle emissioni dichiarati da alcune nazioni (tra cui, nuovamente, l’India) rischiano di segnare irreparabilmente la differenza fra un possibile contenimento dell’aumento delle temperature medie ad 1,5°C ed un aumento di oltre 2°C.

In generale, emerge il quadro di una politica mondiale che non accetta  che il modello di sviluppo attuale vada incontro ad un irreversibile declino, marcato dalla scarsità di materie prime strategiche e dalle conseguenze che produce sulle persone e sulla biosfera. Dobbiamo chiederci non tanto come tenere in piedi questo sistema, ma quale modello costruire per poter continuare a produrre progresso e benessere diffuso ed accessibile, utilizzando sapientemente le risorse che ci offre la biosfera di cui, non dimentichiamolo mai, anche noi siamo parte. È necessario ripensare l’idea stessa di sviluppo, non più orientato ad una continua crescita di consumi e capovolgere la logica che ha portato a 26 anni di incontri che hanno visto aggravare il problema e ridurre il tempo utile per risolverlo. 

Alla fine di tutto, cosa ci rimane? Il Glasgow Climate Pact con le sue promesse e la speranza che in Egitto, alla COP27 dell’anno prossimo, si riesca davvero a prendere quelle decisioni audaci di cui abbiamo bisogno per risollevare le sorti del pianeta che ci ospita.


Fonti: 
www.ilpost.it 
www.internazionale.it
www.rinnovabili.it
www.theguardian.com/environment/cop26-glasgow-climate-change-conference-2021
www.iea.org
unfccc.int
ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_21_6021
biopianeta.it
ukcop26.org

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